intervento festa del Maj 2017

Intervento per 1° maggio 2017 Ponte della Maddalena

La civiltà, la cultura contadina hanno conservato antiche cerimonie religiose pagane, legate al ritmo delle stagioni. Alcune si sono perse, altre si sono fuse con quelle cristiane. Oggi permangono dei “cascami” di queste tradizioni. Causa principale di questa perdita è stata l’omologazione culturale più volte denunciata oltre che da Pasolini, anche da Tavo, in particolare nei suoi articoli in cui sosteneva, che un giorno si sarebbe dovuto presentare il conto della scomparsa di questo minus valore.

Per il Piemonte ricercatori come Tavo, oltre a denunciare, si sono impegnati affinché questo patrimonio fosse in qualche modo recuperato. Tutti conosciamo Tavo per il suo interesse per le lingue minoritarie in particolare il Provenzale, il Piemontese e il Walser, infatti è stato fondatore dell’Escolo du Po da una parte, dei Brandé dall’altra e, con altri dell’associazione Augusta, di cui abbiamo oggi un rappresentante.

Tavo è forse più conosciuto per la difesa delle lingue minoritarie ma si è anche interessato di quanto riguarda il patrimonio culturale popolare della nostra Regione.

Sovente Tavo veniva chiamato a partecipare o a intervenire nelle occasioni in cui venivano riprese queste tradizioni. Per esempio quella che celebriamo oggi, la festa del Maj, riproposta dal suo amico Vigliermo fondatore del gruppo Bajolese, oppure per il recupero di antichi rituali legati alla morte e alla rinascita come il “Bal do Sabre” di Bagnasco (danza delle spade) che pochi conoscono, o ancora per la ripresa di rituali legati al carnevale come quello di Bagolino, e la Bajo di Sampeyre.

Profuse questo suo impegno anche in numerosi approfonditi studi, in articoli, conferenze ecc. o a volte mettendosi in gioco in prima persona, come è successo per la danza tradizionale di cui mi occupo da molti anni. I primi passi nel complesso mondo popolare e tradizionale, io li ho fatti con lui grazie anche alla festa di Fra Dolcino, in cui venivano invitati gruppi che suonavano strumenti allora desueti, che poi oggi sono diventati di uso comune nel “folk revival”.

Testimonianza anche dell’interesse per la canzone popolare e di una in particolare che ha voluto che fosse cantata anche al suo funerale. Oggi in suo onore canteremo Baron Litrun, che racconta del protestante Barone Leutrum, (di lui Tavo seppe cogliere la sua coerenza, restando anche lui protestante fino alla fine). Litrun, infatti, alla sua morte, nonostante le lusinghe del Re, non volle rinunciare alla sua fede protestante affermando: o “bon Barbet o bon cristian”. La canzone, raccolta da Costantino Nigra, narra la morte di un illustre comandante tedesco fattosi italiano per vincoli con la dinastia piemontese, e per la bandiera sotto cui militò. La prima memoria di questo testo del 1706 è una lettera che si trovava presso gli archivi del regno, del principe Eugenio di Savoia, diretta ad Amedeo II. Tra i suoi primi meriti militari quello di esserne stato il suo segretario, eroico difensore della città di Cuneo, vincitore di Asti e Alessandra, morì il 16 di maggio del 17 a Cuneo, dove nel frattempo era stato nominato governatore per conto di re Carlo Emanuele III. La salma fu trasportata a Luserna e seppellita con rito Valdese nello stesso tempio. Come afferma il Nigra: “il popolo piemontese conservò di lui onorata e lunga ricordanza e ne celebrò la morte che dopo cento anni ancora risuona per tutto il Piemonte”. Questa memoria popolare è potuta arrivare fino a noi grazie ai Torototena (i cantastorie) che ne hanno conservato e diffuso la memoria.

Il Tavo colse nel Baron Litrun, piemotesizzazione di Leutrum, un simbolo in cui lui stesso si sentiva rappresentato ed è corretto che oggi cerchiamo di cantarla tutti insieme, grazie a Daniele e famiglia che hanno voluto riscoprirla.

Per riprendere l’argomento della festa del Maj, già abbiamo accennato alle grandi feste contadine legate al ciclo delle stagioni, oltre a quella legate ai solstizi (il solstizio d’inverno, legato alla nascita del sole, all’allungarsi delle giornate quindi alla luce, cristianizzata con il Natale ripresa in particolare a Rongio con il rito dell’abbondanza voluta da don Vittorino Barale e non va dimenticato anche il ruolo dell’amico Sergio Marucchi), vi è quella dell’estate cristianizzata con San Giovanni. Entrambe celebrate con l’accensione di falò propiziatori. Secondo la tradizione celtica tutti dovevano portare qualcosa da bruciare in base alle proprie possibilità magari anche solo una bracciata di legna. Questo genere di riti col fuoco erano detti fuoco padre.

In mezzo ai solstizi vi erano i rituali degli equinozi dedicati alla primavera e all’autunno. A queste quattro feste, se ne dovevano aggiungere altre quattro, situate tra il solstizi e gli equinozi, che erano chiamati gli otto fuochi che, come raccolti da Tavo nelle sue ricerche, nel linguaggio Celtico di Bretagna diventavano Eiz Tan, gan an Tandat, miz Mae, e Menes Kad. Visto che parliamo in celtico quando dai falò usciva la prima fiamma si esclamava a voce alta: Setu an Tan! Setu an Tadat! Setu tan Belen. Guardate il fuoco! Guardate il fuoco padre! Guardate il fuoco di Baleno!

Tra queste feste, quelle che interessano noi oggi sono quelle che cadevano in primavera in particolare a maggio. Il primo maggio nella tradizione popolare europea, era già momento di rituale di festa prima di diventare festa internazionale del lavoro, in seguito alle vittime per la repressione negli U.S.A. Il primo maggio era già considerato momento di ritrovo di festa, per via della tradizione contadina in particolare di tradizione occidentale.

Accanto alla origine celtica non va dimenticato, che il cantar maggio era già una tradizione dell’antica Grecia classica, ripresa dai romani e sopravissuta all’avvento del cristianesimo e al Concilio di Trento, mantenendo le caratteristiche di gioia di vivere e di fecondità. Cristianizzato dalla chiesa è divenuto il mese dedicato alla Madonna.

Accanto alla tradizione dell’omaggio alla natura, simboleggiata dall’albero del maggio, si sviluppò la tradizione del Canta maggio, che in Piemonte è detta “Canté l’euv”, presente nel Monferrato ma anche nelle Langhe e Roero: gruppi di persone, una volta prevalentemente i coscritti (eredi delle Badie giovanili), giravano per i paesi e le cascine (la Pola) cantando le maggiolate che ad esempio in Toscana erano improvvisate in ottava rima, addobbando i vestiti con i fiori e portandosi un ramo fiorito. In cambio di un canto nei capaci panieri si deponevano gli alimenti raccolti, in Piemonte prevalentemente uova. Attraverso questo scambio avveniva una simbiosi propiziatoria, parte fondamentale di questo rito. Io stesso ho partecipato a Casal Cermelli, nell’alessandrino, accompagnando il “Canté l’euv o Cantè magg” con qualche danza. Il rifiuto, una volta ma adesso non più, era accompagnato da imprecazioni contro il proprietario della casa o alle sue galline. Il canto (sorta di benedizione laica) da elogio e propiziatorio per gli animali, per le persone, per il lavoro e per le doti del proprietario si trasformava in accidenti che avrebbero potuto capitare a lui o alle sue galline, invece di produrre uova avrebbero prodotto tanti escrementi o gli si sarebbe chiuso il buco del sedere.

L’antico rito del piantar maggio iniziava già qualche giorno prima, con il furto rituale dell’albero più rigoglioso e bello e il proprietario della pianta non poteva opporsi a questo ladrocinio perché parte del rito.

Tavo nella poesia Hamelin (canson për viola di borgno) si augura che nel contrasto paese – città, montagna – pianura, nasca un mondo nuovo: “slargand al vent le nòste obade (canti propiziatori) masnà, matòt e jë scolé dapress a noi vniran dansé”.

L’usanza del falò di maggio, secondo Tavo, lasciò il posto al Calendimaggio, che in Piemonte poteva essere festeggiato in due modi, momenti diversi per un unico rituale primitivo. Ancora nel secolo XVII a Torino il mai veniva fatto in piazza Castello, su licenza della famiglia reale che lo piantò anche nel giardino della reggia.

Si ha documentazione di alberi piantati nel Piemonte per citare quelli vicino a noi Tronzano e Cavaglià, pur con opposizione della chiesa che al posto dell’albero avrebbe voluto le croci, questa tradizione si mantenne, come ad Occhieppo Superiore dove fu celebrata fino alla prima guerra mondiale, come iniziativa affidata ai coscritti i quali appendevano sulla cima una ruota con cibarie varie e vino, trasformatosi poi in albero della cuccagna, ancora oggi vengono disputate gare di salita all’albero cosparso di unguenti.

Simbolo di questo legame tra l’albero e la fecondità è la Sposa ‘d magg, cioè la bella ragazza da marito. Tavo attribuisce a questa usanza la moderna elezione di miss.

Il mai, come abbiamo visto proibito dalle autorità ecclesiastiche, diventò simbolo di libertà con la rivoluzione francese dell’89, e si propagò anche in Piemonte, tornando a svettare. Intorno all’albero della libertà i sanculotti ballavano la Carmagnole e cantavano il “gaira”.

Da noi fu piantato dopo che l’armata francese aveva travolto l’antico regno di Sardegna. Nacque così la nazione piemontese, simboleggiata dalla bandiera che oggi alziamo, e che Tavo si portava sempre con sè in occasione di manifestazioni libertarie. Gli austro-russi spazzarono via quel simbolo di libertà, quando i francesi tornarono con Napoleone, gli ideali di fraternità di “liberté-egalité-fraternité furono messi in soffitta tanto che i poveri contadini piemontesi, che avevano patito per l’occupazione, aggiunsero alle parole rivoluzionarie(ij fransèis an caròsa e noi a pé). Poi avvennero eventi politici come la restaurazione, i poteri forti contribuirono alla perdita graduale di questo rito. Voglio ricordare tra gli alberi alzati in epoca rivoluzionaria nel Biellese quello di Curino fatto con concorso di canti di danze con pranzo finale.

Le danze sono state un po’ il parente povero della cultura popolare, nel senso che dai ricercatori è stato salvato un notevole patrimonio musicale popolare, con studi approfonditi sui testi medesimi, eppure il danzatore stesso è parte integrante del rituale. Egli stesso è portatore di fertilità, ad esempio quando si tratta di riti legati, alla fertilità come nel nostro caso. La danza stessa della Carmagnole, che prende il nome da Carmagnola, è la Ronda della rivoluzione ballata intorno all’albero della Libertà, portando rami verdi. Trae le sue origini dalle danze legate alla fertilità. Altra funzione della danza in specie quella “periodica” è quella di infondere nei ballerini la sensazione di coesione della comunità.

Ho accennato alle danze che si praticavano intorno all’albero della libertà, alcune le conosciamo come la Carmagnole. Altre, riferite al periodo rivoluzionario, sono la Repubblichen, che passò in Piemonte con altri nomi come Jan d’Avignon. Nei testi di queste canzoni compare il tema dell’asino ucciso che viene suddiviso in parti date in dono a diversi soggetti, ad esempio la coda ai pittori per fare un buon pennello, o agli zoppi una gamba perché possono andare al galoppo ecc…, di modo che il suo spirito continui a vivere in altri contesti. La musica di questo testo deriva dalla Republichen.

In ultimo voglio ricordare che Tavo propose all’Alliance francese nel bicentenario del 1789, per rendere omaggio agli ideali di libertà, di piantare una pianticella nei giardini pubblici, cosa che si fece anche con il contributo delle scuole.